Il dato di dicembre, di fonte Istat, conferma il quadro di bassa inflazione che caratterizza l’economia della Sardegna. Nella media del 2025 l’inflazione regionale si è attestata all’1,3% (variazione media dell’indice NIC), ma con un profilo chiaramente discendente nel corso dell’anno, culminato nel minimo di novembre (0,7%). Dopo il quasi azzeramento della dinamica dei prezzi osservato a fine 2023, l’inflazione in Sardegna aveva mostrato un progressivo rafforzamento nel 2024, sostenuta in larga misura dal recupero dei prezzi energetici. Tale spinta si è tuttavia esaurita nel corso del 2025, determinando un rallentamento diffuso delle pressioni inflazionistiche e contribuendo al ridimensionamento della crescita dei prezzi a livello regionale. Il raffreddamento dell’inflazione è risultato più marcato in Sardegna rispetto alla media nazionale (inflazione Italia all’1,5%), con un differenziale che si è progressivamente ampliato nel corso dell’anno. Si tratta di un’inversione di tendenza rispetto al recente passato: tra il 2022 e il 2023 la Sardegna era stata infatti una delle regioni maggiormente colpite dall’impennata inflazionistica innescata dalla crisi energetica; in quella fase, l’Isola aveva risentito in misura più intensa dell’aumento dei prezzi, a causa del maggiore costo del trasporto dell’energia, della più elevata dipendenza dalle importazioni nette e di un più rapido trasferimento degli aumenti dei prezzi alla produzione sui prezzi finali. Con l’esaurirsi delle spinte esogene, il processo di riassestamento dei prezzi si è manifestato in Sardegna con maggiore rapidità rispetto ad altre aree del Paese.
È quanto si evince dal dossier del Centro Studi di CNA Sardegna che rielabora l’andamento delle spinte inflattive alla dimensione regionale riguardante la Sardegna.
“Nel complesso – affermano Luigi Tomasi e Francesco Porcu – rispettivamente Presidente e Segretario Regionale di CNA Sardegna - il quadro che emerge dall’analisi delle traiettorie inflazionistiche regionali evidenzia rischi congiunturali e strutturali. Il protrarsi di una fase di bassa inflazione, se accompagnata da redditi reali stagnanti e da una domanda interna debole – proseguono i vertici di CNA - minaccia di tradursi in una crescita anemica e in un ulteriore deterioramento della base produttiva regionale. Inoltre, la forte dipendenza dell’economia regionale dai consumi interni e dal turismo accentua la vulnerabilità del sistema produttivo agli shock esterni e ai cicli stagionali. In questo contesto, le politiche economiche regionali dovrebbero – concludono Tomasi e Porcu - concentrarsi sul recupero del potere d’acquisto delle famiglie, sostenendo redditi e occupazione, soprattutto di qualità. In quest’ottica, gli obiettivi da porre al centro dell’agenda politica riguardano la riduzione del part-time involontario, il contenimento dell’eccessiva stagionalità contrattuale, la promozione della formazione in azienda, il rafforzamento dell’interazione tra scuola, università e imprese e l’aumento dei tassi di attività, in particolare femminili”.