Negli ultimi anni sempre più giovani laureati sardi sono emigrati in cerca di nuove opportunità lavorative per via di un mercato del lavoro regionale che li penalizza, in termini di precarietà, stagionalità della domanda, bassa propensione ad assorbire figure professionali qualificate. Del fenomeno si è occupato il Centro Studi di CNA Sardegna che rielaborando i dati Istat e le ultime indagini condotte dal consorzio Almalaurea ha realizzato un approfondito report. Dallo studio emerge che nella media del periodo 2019-2022 il saldo migratorio negativo dei giovani laureati sardi con età compresa tra 25 e 39 anni, che emigrano in cerca di opportunità lavorative in altre regioni italiane o all’estero, si è attestato di poco al di sotto di sedici residenti per mille abitanti nella stessa classe.
Questo saldo negativo colloca la Sardegna appena al di sopra delle altre regioni del Mezzogiorno, ottava regione italiana per saldo negativo, mentre flussi positivi caratterizzano regioni come Trentino Alto Adige, Piemonte, Toscana, Lazio, Lombardia e soprattutto l’Emilia Romagna (20 residenti tra 25-39 anni laureati in più per mille abitanti).
“I dati dell’indagine sull’inserimento occupazionale dei neo-laureati – dichiarano Luigi Tomasi e Francesco Porcu rispettivamente Presidente e Segretario Regionale di CNA Sardegna - confermano le forti difficoltà del mercato del lavoro della Sardegna di garantire adeguate opportunità ai giovani più qualificati: disoccupazione superiore alla media, percentuali di NEET elevate, maggiore frequenza di situazioni di part-time involontario. In presenza di un tessuto produttivo che fatica ad assorbire specializzazioni medio alte – proseguono i vertici CNA - il capitale umano formato negli atenei di Cagliari e Sassari è spesso costretto a riconvertirsi su ruoli di servizio a bassa intensità di conoscenza oppure a emigrare verso contesti dove l’innovazione genera salari e traiettorie di carriera più attrattive. Il rischio è il consolidamento di un circolo vizioso: la fuoriuscita costante di un laureato su cinque a cinque anni dalla laurea priva la Sardegna di competenze essenziali per sostenere lo sviluppo socio-economico, la transizione digitale e la green-economy, rallentando gli investimenti che potrebbero trattenere le nuove leve. La sfida – concludono Tomasi e Porcu - si gioca su tre fronti complementari: rafforzare i canali di trasferimento tecnologico tra università e imprese - anche sfruttando i poli di innovazione finanziati dal PNRR e dai fondi europei per la digitalizzazione - incentivare l’attrazione di imprese innovative, ad esempio attraverso defiscalizzazioni mirate e infrastrutture digitali avanzate, e potenziare i programmi regionali di rientro dei talenti legandoli a progetti lavorativi concreti e a percorsi di carriera progressivi.”